VISIONI dall’INCERTO

Visioni dall’incerto: ritmato, crudo, denudato, sudato
di Maura Sesia

Da Visioni dall’incerto, il laboratorio-spettacolo del Gruppo di Ricerca Vintulerateatro presentato alle Officine Caos in questo scorcio di maggio 2011, nascerà uno spettacolo tout court, Aporie del Sé, ispirato al saggioHamleticadi Massimo Cacciari, che ha appaiato ed analizzato Shakespeare, Kafka, Beckett; curiosa combinazione, Paola Tortora, ideatrice, regista, attrice, maestra, guida dei partecipanti ai seminari della Libera Accademia D’Arte Dra(m)matica che hanno preso parte a Visioni dall’incerto, prima di conoscere il libro di Cacciari aveva ipotizzato e messo alla prova un’indagine drammaturgica sui dubbi, i labirinti, le fragilità dell’essere elencate nelle opere di Shakespeare, Kafka, Beckett. E’ quindi a posteriori il riferimento a Cacciari, il quale, invitato alle Officine Caos, non si è palesato. Immaterialità d’intellettuale. Lo spettacolo-laboratorio è invece molto materiale. E’ difficile immaginare cosa sarà sacrificato, oltre ad alcuni interpreti (qui sono undici, in Aporie del Sésaranno sei compresa Paola Tortora), quali immagini saranno cancellate. Visioni dall’incerto è ritmato, crudo, denudato, sudato, meccanico, forse troppo cerebrale, certo troppo lungo. Visioni dall’incertoè vivo e scatena reazioni non necessariamente omologate e questo è un indiscutibile pregio, anche se capita che una spettatrice indignata esca prima della fine sussurrando, nemmeno troppo piano, “ma non è sopportabile una visione della vita come questa”.A parte il suddetto episodio, più forti, e convinti, e meritati, sono stati gli applausi di un pubblico coinvolto. Visioni dall’incerto evidenzia le qualità di un’artista a cui forse, in questi anni, sono mancate le occasioni per sperimentarsi di più come attrice e regista. Tortora ha troppo insegnato e i quadri, pur toccanti, cesellati, complessi e completi, screziati e curati in ogni angolo, sono troppo poco interiorizzati dagli interpreti, tutti volonterosi e rispettabili, non tutti dotati. Così queste pitture vivide, in certi momenti particolarmente riuscite, che avvinghiano l’attenzione provocando stupore ed emozione, peccano di troppa induzione, soprattutto nella partitura finale su Beckett che andrebbe pressoché annullata, lasciando una sola folgorante scena che è una sorta di antologia dal vero del teatro del drammaturgo irlandese. Dopo il crescendo ammiccante, plumbeo, ossuto e crudele da Amleto a Il Castellodi Kafka, dilungarsi su Beckett limita l’efficacia dell’allestimento.

Maura Sesia

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