Reverie du MacBeth

 

 

 

 

 

Con Anna Contieri
Silvia Santagata
Paola Tortora
Musiche Luca Urciuolo
Aiuto regia Rossella Ascolese
Luci Paola Esposito
Foto Romeo Civilli
Organizzazione Simona Scoppetta
www.teatrosegreto.it

La scrittura di Macbeth è forse il luogo drammatico e sonoro dove il bene e il male vivono, più che in qualsiasi altra opera, come in un vasto oceano di emozioni indifferenziate. Il potere, il sangue, la seduzione, l’inganno degli altri e di se stessi disperano un piacere umano e sovrumano illimitato. L’esperienza interiore di un Re adescato dagli abissi del nulla e di Lady Macbeth eroica signora di un delirio inestinguibile, sono le due voci sole destinate alla separatezza da tutto, strumenti appassionati per liriche da ululare ad una luna che promette l’ingigantimento e la distruzione di un sogno. Notturne, gravi, grondanti, un’inquietudine assordante e muta le voci sole sanno anche deflagrare in una sinfonia di canti corali o dissonanti: il popolo, la morte, il banchetto i soldati, paiono muoversi in una immobilità ostinata come lo splendido silenzioso mistero del paesaggio di Scozia. Cavalcare il potere, berlo, succhiarlo in un sorso di vino o dalle labbra dell’amata è un’esplosione di libido inarrestabile dove il femminile come categoria della conoscenza, il femminile come moglie complice, come terra infernale da rendere docile, o ancora il femminile delle streghe quale adescamento dell’inconscio costituiscono un telaio paurosamente ambiguo.

Il regno di Macbeth, la sua donna, le tre anime in grado di disegnare il futuro sono armoniche e disarmoniche mogli, sorelle, madri, posseditrici e possedute amanti fino alla follia e messe in scena da un trio vocale e corporeo dove si gioca il dovere di ampliare l’esplorazione di se fino al male, nell’evocazione di un Re come fantasma umano capace di traghettare i cuori e la mente fino all’emozionante naufragio nell’impossibile.

Ho corteggiato Macbeth tentando un approccio diverso da quello analitico.
Ho affrontato il lavoro da un punto di osservazione più mobile, più soggettivo, più elastico di quello critico- analitico, senza sforzarmi di anatomizzarlo, di sezionarlo in frammenti consequenziali come in un intervento chirurgico. Ci si trova di fronte ad un’ampia rete d’immagini e gesti e relazioni che hanno tra loro una logica interna. Re^verie du Macbeth è un lavoro avaro di casualità ma generoso di possibili spunti e associazioni ideali. “

NADIA BALDI
Le musiche originali dello spettacolo “Reêverie du Macbeth”, composte dal maestro Luca Urciuolo, possono definirsi di natura iterativa; ovvero nella forma in cui sono realizzate, in modo germinale, i singoli frammenti ciclici si sommano fra loro, fino a ricreare nell’esperienza acustica il “delirio”; così; ricollegandosi concettualmente, alla ciclicità e all’estremizzazione delle azioni umane presenti nell’opera shakespeariana. Inquietudine e contrasti che emergono da tali composizioni vanno a rimarcare il silenzio tra le azioni svolte dando luogo così a “didascalie dell’ invisibile”.

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