dell’Anima Mossa

VINTULERATeatro |Ricerca e Creazione Teatrale
DELL’ANIMA MOSSA
Concertazione  per Ciabatte Mazza e Sospiri a Venire
Studio Ironico Sperimentale
ispirato all’Atto Radiofonico  Words and Music Di Samuel Beckett
Con Giovanni Ragni e Paola Tortora
e con gli allievi del laboratorio anno 2012
Per Arte in Residenza presso Stalker Teatro Torino

INTERVISTA  A  Paola Tortora

  • Perchè la scelta di Words and Music?

Ho riconosciuto nel titolo dell’opera “Words and Music”, l’approccio che ho, da sempre,  nel mio lavoro, dedicato soprattutto, proprio a questo delicato incontro fra “Parole” e “Musica”, e così ho avuto la forte curiosità di esplorare questo testo. VINTULERATeatro ricerca  molto, attraverso il corpo, il rapporto tra musica e parola, grazie anche alla presenza dal vivo di musicisti.

– Amo lavorare su testi, di grandi autori, poco conosciuti o poco trattati, spesso celano grandi sorprese.

-L’ Università degli Studi di Torino, in occasione di alcuni studi presentati, si è interessata a questo tipo di ricerca e mi ha spronato ad introdurre i giovani attori a questa forma di espressione teatrale. Anche se ritengo che è qualcosa che non si può insegnare, si può almeno provare ad invitare il praticante a pensare che  : il suono evoca un “movimento dell’anima”[1], da cui scaturisce un’immagine e di conseguenza un concetto, concetto che elaborato da corpo e voce restituirà un’Azione Organica condivisibile, sempre unica ed originale. Sono solo all’inizio di questo tentativo di passaggio di esperienza, mi auguro di proseguirlo con successo.

  • Cosa sono per Beckett i tre temi dell’opera: Accidia- Amore- Vecchiezza, secondo il tuo punto di vista?

 “ Trovo che con le opere di  Beckett si vada nell’esasperazione dell’Essere e dunque dell’Azione.
Considero Beckett un po’ come “l’ autore del giorno dopo”, nelle sue opere, ogni personaggio è colui che sopravvive ad una catastrofe. Il giorno dopo , inteso proprio come: “The day after”, rappresenta, a mio parere, quel “non-tempo” e quel “non–luogo” scelti dall’Autore per portare le, principali, quattro sofferenze che attanagliano l’Essere umano, (nascita,  malattia, vecchiaia, morte), ad una Esasper-Azione, un’ Azione interminabile ed estrema in cui queste tematiche viaggiano senza soluzione, in un’Aporia infinita , lucida, ma straordinariamente viva! Il passaggio da una condizione all’altra è sostanziale all’esistenza stessa dell’uomo,  in quanto sono tutti stadi di transizione inevitabili; trovo che in “Words and Music : Accidia, Amore, Vecchiezza rappresentino quegli stessi stadi dell’Essere, che Beckett racconta, in fondo,  in tutte le sue opere attraverso tutti i suoi personaggi. L’aporia dell’ “essere o non essere” compare in ogni opera beckettiana, cosi come appare nei tre temi, legati al mistero della vita: Nascita, Esistenza, Morte.

L’Assurdo del teatro di Beckett è proprio nel modo in cui l’Autore affronta questi misteri, attraverso il racconto di una  quotidianità portata alle estreme conseguenze, l’ineluttabilità delle sofferenze umane, tramite Beckett giunge a rivelarsi assurda  e paradossale, oltre che grottesca e ironica. Non è assurdo, che il corpo ci possa tradire a tal punto da avvizzirsi, invecchiare  e morire? Che un profondo incondizionato Amore possa finire? Che da tanta vita piena, giovane, forte, si giunga alla malattia o al disfacimento? Non è assurdo nascere? O morire? Senza avere mai accesso al mistero che si cela dentro questi eventi unici ed irripetibili? Eppure è proprio in quel mistero che la vita vibra.

Quando penso a Beckett mi appare un’immensa distesa di cemento, con una piccola crepa al centro, da cui fuoriesce una fragile fogliolina verde che vibra al passaggio di un flebile soffio di vento, quella fogliolina è l’anima dei suoi personaggi ESAUSTI eppure eternamente VIVI!”

  • Perchè la scelta della coralità, e come questa può dare potenza all’immagine e al testo?

“ Ho visto la possibilità di una coralità quando ho letto la parola “Words”.

Provenendo anche  da un teatro corale, ho  fortemente sviluppato la capacità di ascolto e scambio della parola fra gli attori. Nel tempo a questa coralità verbale ho unito anche una coralità fisica, del corpo, che mi ha dato una chiave di accesso ancora più profonda e completa all’espressione teatrale che mi contraddistingue.

La presenza delle molte attrici che hanno partecipato all’elaborazione dello studio di“ Words and Music” è stata una grande occasione per esplorare la  coralità fisica e vocale.

La coralità, è un grandissimo potenziale, che dà la possibilità a più corpi di esplorare ed evocare, uno stesso contenuto, contemporaneamente e nei modi più diversi. Ognuno di noi ha un proprio bagaglio fisico, sonoro e vocale, ma non si possono avere in sé tutti i registri. Insieme riusciamo a dare vita a molti più veli, quelli di cui ci parla il grande  maestro Konstantin Stanislawski, capaci di dare le più sottili sfumature alle parole ed ai movimenti rendendo musicale   e multiforme, l’espressione ed il suo contenuto”

  • La rappresentazione è caratterizzata da una forte liricità, e da un marcato stile grottesco: perché questa scelta?

“ Anche il lirico e il grottesco fanno parte del mio stile personale. Il teatro Tradizionale Partenopeo, mia prima scuola, è intriso di ironia, farsa, grottesco. La maschera viene utilizzata per dare voce ad un espressione interiore, ed  io, personalmente, amo lavorare su queste corde.

Più che uno stile è una scelta dettata dalla necessità di dare un forte gusto all’espressività.
Ma, fra l’altro, non dimentichiamo che Beckett, come già detto, si esprime al limite dell’ironico e del grottesco, e lo fa anche in questo atto radiofonico, dunque non potevamo certo esimerci dall’entrare in queste dimensioni.”

  • Da dove deriva la scelta di personificare la mazza, oggetto del potere di Crock?

“ E’  stata una pura intuizione, appunto, ironica, derivata dalla fisionomia e dal carattere dell’attrice a cui ho consegnato questo bizzarro personaggio. Ed inoltre rendere un “oggetto-vivente” ed una “vita morente”, è anche una scelta fortemente ispirata all’Autore.
Trovo, ad esempio che in “Waitig for Godot”, sono più vivi i cappelli dei personaggi, che loro stessi. In “End Game”, i bidoni che inghiottono Nell e Nagg sono esempio, ancora una volta, estremo, di tale inversione. Questo si inserisce perfettamente nel panorama del teatro dell’assurdo”.

  • Nella scena prevalgono i colori rosso, bianco e nero. Perché questa scelta?

“ Le Azioni che cerco di realizzare ambiscono ad essere veri e propri quadri viventi; ecco perché la mia quasi maniacale precisione nello spostamento dei corpi e degli oggetti nello spazio ( probabilmente devo tale meticolosità alla mia formazione di Architetto, che porto moltissimo nel mio lavoro). Lo spazio ed i colori sono fondamentali, anche loro protagonisti vivi della scena, che come il suono ed il movimento, vanno concertati. Si può ritrovare un attento uso della  cromatica in tutti i nostri spettacoli. Il bianco, il rosso e il nero sono colori che ho sentito di associare alle tre tematiche del testo, in modo forse anche un po’ didascalico:bianco per la vecchiezza, rosso per l’amore, nero per l’accidia. Ma, in realtà, sono assolutamente intercambiabili, soprattutto amore e accidia. Ogni Autore mi ispira uno o più colori, così come ogni testo ha la sua cromatica, che mi suggerisce scelte. A ben pensare Beckett lo associo ad un colore solo, il grigio, che può sfociare sia nel bianco, ossia nel  non-colore, che nel nero, che ci immerge nel buio assoluto. Ma è una percezione interiore, di fondo, da cui possono emergere diversi colori, i più diversi, in base ai personaggi ed alle opere dell’Autore.

  • Dove si trova la difficoltà nel tradurre un ‘opera radiofonica in spettacolo teatrale?

“ In questo caso la trasposizione è avvenuta naturalmente. Non ho cambiato nulla al testo.
Devo dire che non ho avuto nessuna difficoltà. La genialità di Beckett si è rivelata anche in questo.

Essendo un dramma radiofonico, doveva essere potente a livello immaginifico, per essere percepito al meglio. Paradossalmente non ho avuto bisogno di modificare o inventare nulla, prestandosi perfettamente alla scena. Ciò che accade ai tre personaggi, che poi è uno solo, Crock, è molto chiaro, l’allestimento scenico è venuto da sé, il coro di parole|Joe, i musicisti|Bob, Croack, hanno trovato immediatamente una loro chiara collocazione scenica.

L’unico spostamento di alcuni brani del testo  è avvenuto per  la seconda parte della prova aperta, nella quale ho voluto sperimentare, solo fisicamente, accidia, amore e vecchiezza, ma ha avuto lo scopo di prestarsi ad  un puro esercizio attoriale, avente prevalentemente scopo didattico”.

  • Come tieni a precisare, non si può ancora parlare di spettacolo. In quali direzioni pensi di muoverti per approfondire tale ricerca, e trasformarla quindi in messa in scena vera e propria?

“Abbiamo provato ad affrontare in testo in due modi: concertistico e fisico-immaginifico.
La prova aperta mi ha confermato l’assoluta non – necessità della parte fisico -immaginifica.Mentre la parte concertistica, da rivedere e migliorare, mi ha profondamente convinta.

Premesso che Beckett non può essere rappresentato se non come egli stesso indica nelle sue opere,
tutto ciò che si tenta di fare su Beckett, a mio modesto parere, è pur sempre un’alterazione di  qualcosa di talmente ASSOLUTO da risultare inevitabilmente impropria.

Non si può elaborare Beckett, per quanto mi riguarda, lo si può forse  solo attraversare, indagare, studiare, cosi come si presenta, ma Beckett rimane intoccabile.
L’unica possibilità che mi sono data è stata quella di pensare che Beckett, come ogni autore, può però essere spunto ed ispirazione di nuove vie e di nuove ricerche. Se affrontato con rispetto e consapevolezza. Sempre con questo autentico sforzo di ricerca, tento di immergermi e realizzare i nostri spettacoli. E allora, del tanto da fare, per ora direi che,  in questo caso, dato che ritengo che il lavoro svolto non vada mai tralasciato ma sempre trasformato e migliorato, al momento procederei così: La parte fisico-immaginifica diverrebbe una sorta di: “ intro-azione”, o “pre-azione organica”, nella quale gli attori, attraverso il corpo e le percezioni, si mettano in relazione con l’oggetto in questione, l’opera, per arrivare alla maschera iniziale con un bagaglio immaginifico vivo e chiaro. Una sorta di “passaggio intimo e privato”, oscuro allo spettatore, ma sostanziale all’attore, per giungere all’Azione con l’evocazione di“ visioni altre” utili all’Azione e non percepibili in altro modo.

Lo spettacolo, che, a mio parere, simbolicamente, non inizia mai, ma continua sempre, prima durante e dopo l’ingresso del pubblico, avrà ancora di più la possibilità di rivelarsi, appunto,  come  un continuum di ciò che si crea prima che entri l’occhio indagatore del pubblico.
Questa sarebbe una ipotesi altamente sperimentale per noi, molto stimolante.

Sulla parte concertistica invece, dovrà essere svolto un intensissimo lavoro di potenziamento di quanto appena tracciato sull’uso della parola, (è pur sempre un atto radiofonico), e della maschera. Approfondito molto di più sarà il lavoro del personaggio Croack e del personaggio Mazza.  E probabilmente inserirei musicisti reali..ma su questo dovremo riflettere.
Anche sulle parti di improvvisazione del personaggio che introduce l’opera avremo da riflettere…

  • Cosa può trarre il pubblico dalla visione di questo studio?

Una volta divenuto spettacolo? Bè…non pensavo a questo testo come spettacolo. Pensavo di fermarmi al laboratorio in sala. Ma a parte l’attualità, delle intramontabili tematiche in esso presenti, così fortemente stimolante; mi sono resa conto della impressionante forza espressiva che è scaturita da questa operazione, anche grazie alla generosità dell’attore e delle attrici che hanno partecipato, e che va assolutamente approfondita.

Quest’opera radiofonica parla da sola dei messaggi che vuole dare; la possibilità di rivisitarla in maniera ironica e teatrale l’ho  trovata, quindi, semplicemente, attuale e fortemente comunicativa. Il messaggio che VINTULERATeatro desidera trasmettere non è tanto legato a ciò che le opere, che si affrontano di volta in volta, racchiudono, esse sono solo “necessari” pretesti per la ricerca.
Noi desideriamo soprattutto e fortemente, sforzarci di contribuire alla cultura e all’arte, in modo autentico. VINTULERATeatro è una realtà sostanzialmente artigianale dove si condivide ed attua una forte  sperimentazione, ma l’ambizione a cui questa ricerca anela è racchiusa in una sola parola TEATRO, inteso in modo semplice come può esserlo un racconto,  con la polvere sui costumi, la maschera, il cerone…la scena, l’incontro. Desideriamo ricordarci e ricordare i grandi autori. Visti e rivissuti anche come straordinarie ed eterne Architetture su cui ancora si può salire, in cui ci si può inoltrare ed in cui si può sempre trovare qualcosa che ci riporti ad un presente da cui ripartire per una innovativa, profonda ed inarrestabile riflessione sul nostro Essere o Non Essere”.

[1]    Espressione presente nel testo tradotto di “Words and Music, SB.

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